L’arminuta, di Donatella Di Pietrantonio

 

La “ritornata”

Il libro della Di Pietrantonio è ambientato nell’Abruzzo degli anni 70. In dialetto locale, il termine “arminuta” significa “ritornata”. Il titolo si riferisce alla condizione della protagonista che, figlia di genitori poverissimi, affidata ancora in fasce a parenti benestanti, all’età di tredici anni viene “restituita” alla famiglia di origine, nonostante questa viva in condizioni di indigenza, stipata in un minuscolo appartamento dove una sorella ricomparsa dal nulla, più che portare gioia, toglie spazio e cibo dal piatto.

Racconto di formazione

E’ il racconto di una formazione dolorosa, imposta da un mondo adulto indurito che risponde alle sollecitazioni della vita inserendo il pilota automatico, che non è più in grado di dare e darsi spiegazioni, che si lascia alle spalle l’educazione ai sentimenti, le necessità del cuore.

Tra i rigidi pilastri in cui gli adulti di questo romanzo sembrano essersi trasformati, si muove il mondo fluido e in formazione dell’arminuta e di due dei fratelli appena conosciuti, Adriana e Vincenzo, che rispondono con gesti elementari ma di una bellezza sorprendente a un ambiente sclerotizzato da povertà, ignoranza e varie forme di egoismo, incapace di offrire quel calore umano che i ragazzi cercano e si scambiano nel freddo della notte come reazione all’amore materno negato, ai silenzi ostinati e bugiardi, alla violenza di legami interrotti senza spiegazioni o senza consolazione. Continua a leggere

La macchia umana, di Philip Roth

La macchia umana

Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui.

Durante l’incontro di ieri con il gruppo di lettura sul libro di Philip Roth, è emersa la complessità e la densità della sua narrazione, la capacità di scavare nel fondo torbido delle stanze buie della coscienza, l’analisi spietata dei fatti, l’assenza di ogni illusione.

Coleman Silk, cittadino americano rispettato e stimato dalla comunità in cui vive, con una vita familiare e una posizione sociale invidiabile dai più, ormai anziano, si trova a fare i conti con un evento banale dal quale avrà inizio il crollo inaspettato e vertiginoso dell’identità che con fatica e ambizione aveva lottato per costruire. E questo crollo è tanto più assurdo quanto è grande la facilità con cui potrebbe essere evitato: Coleman infatti custodisce un segreto inconfessabile che, se rivelato, lo scagionerebbe dalle accuse che gli vengono mosse, ma morirà senza svelarlo. Continua a leggere

¡Andalucia adelante! – Cadice

5 – Cadice

“Un uomo non appartiene al luogo dove nasce, ma a quello dove desidera vivere.”

Sembra averlo detto Orson Welles riferendosi a Ronda. Per quanto mi riguarda, è una citazione perfetta per Cadice. Voglio vivere qui. Ne sono innamorata.

 

Cadice non è Siviglia, però ha un suo modo particolare di essere bella. Non è misteriosa come Cordoba né elegante e imponente come Granada. ‘È un tipo!’ – si direbbe se fosse una persona. Cadice è bella perché ha personalità da vendere.

Ecco finalmente il mare, anzi l’oceano. Sei giorni a inseguirne il profumo e a sentirne la presenza anche a km di distanza.

Le sue spiagge rivolte a ovest evocano partenze e mi ricordano le parole di Thoreau: “Andiamo a est per comprendere la storia, per capire le opere artistiche e la letteratura, percorrendo a ritroso il cammino della razza; andiamo a ovest come verso il futuro, con spirito intraprendente e avventuroso.” (con est e ovest simboli rispettivamente della civiltà e della natura selvaggia).

La città vecchia è un reticolo di viuzze strette e colorate a tinte pastello. Ad ogni svolta, l’entrata di una facoltà (c’è persino l’Università del Lavoro), perché Cadice è soprattutto una città universitaria.

 

Sarà questo, sarà la mia simpatia per la sua storia di città liberale (nel 1812 si è data, per prima, una costituzione che introduce il concetto di nazione come insieme di cittadini che partecipano alla vita politica e non di sudditi che la subiscono), sarà che qui nessuno, tranne il venditore di tapas e quello di fichi d’india sbucciati all’angolo della strada, si occupa e preoccupa di me-turista, saranno la gentilizza e i sorrisi e, soprattutto, sarà l’emozione di essere arrivata in fondo alla penisola iberica, ma anche in fondo a questo bellissimo viaggio, alle ultime note di questo tango andaluso…. ecco, io, ora, non vorrei andare più via da qui, da Cadice, che ho eletto a mia tana adottiva, mentre già mi immagino con un libro su una spiaggia davanti all’oceano.

 

Ma so già come finiscono questi amori estivi… e me lo dicono anche i Pink Floyd, in ascolto proprio ora, “…The time is gone, the song is over, thought I’d something more to say.” – “…Il tempo è andato, la canzone è finita anche se avrei altro da dire”.

Ho già nostalgia da vendere.

¡Andalucia adelante! – Ronda

4 – Ronda.

Perla della Sierra de las Nieves e tappa veloce e obbligata nel passaggio da Granada a Cadice. La ragione principale sta nel panorama spettacolare e imperdibile che si può ammirare dal Ponte Nuevo che unisce la zona vecchia a quella nuova, divise da un canyon alto 160 mt.

Ronda si vanta di essere stata la meta spagnola più amata da Hemingway (oltre che da Orson Welles che con Hemingway non andava tanto d’accordo, tranne che su Ronda a quanto pare) che ci tornava ad ogni suo viaggio in terra andalusa e vi ambiento’ alcuni passaggi drammatici di “Per chi suona la campana“.

«Vidi la plaza dove prima stavano le file e in fondo gli alberi nella luna, e le loro ombre scure, e le panchine anch’esse bianche nella luna, le bottiglie luccicanti sparse in terra, e in fondo in fondo il ciglio della rupe dove li avevano buttati giù tutti».

¡Andalucia adelante! – Granada

3 – Granada

Dopo Siviglia e Cordoba, il primo impatto è con Granada-bassa ed è un po’ deludente (de gustibus): bella, molto curata, con vie e angoli suggestivi, palazzi eleganti, la cattedrale imponente con tanto di corteo nuziale vip … atmosfera da grande città, poco andalusa e molto indaffarata. Non riesco a non sentirmi turista.

Tutta cambia (sempre de gustibus) appena arrivo a Granada vecchia, una grande zona collinare dall’anima moresca e medievale. Un labirinto di case bianche arroccate sulle colline, al centro delle quali svetta il complesso dell’Alhambra immerso in un parco che sembra un bosco delle favole. E alle spalle, la Sierra Nevada.

Albaicin è l’antico quartiere ebraico che fa da porta d’ingresso a questo viaggio nel tempo. Ecco di nuovo le stradine strette, di pietra, che salgono tra piccoli negozi e taverne. Anche qui, qualcuno appoggiato a una porta suona con la chitarra una melodia gitana e improvvisamente guardo l’orizzonte cercando il mare… che non c’è, ma dovrebbe! perché questa musica ne diffonde il profumo.


Salgo fino in cima e mi appare tutta Granada vecchia e al centro la collina dell’Alhambra. Già così è tanto. Sono senza parole. Non immagino che il giorno dopo, dalle mura dell’Alhambra, godro’ di una vista ancora più mozzafiato.

L’Alhambra – il palazzo-fortezza più esteso d’Europa (142mila m2), capolavoro d’arte mussulmana e andalusa già Patrimonio Culturale dell’Umanità e incluso nella rosa delle scelte per le Sette Meraviglie del mondo moderno – supera ogni aspettativa. È innegabilmente il simbolo di Granada e già da solo basterebbe per tornarmene a casa soddisfatta. Concludo pensando che forse è stato meglio non averlo visitato per primo, per non rischiare di non voler vedere altro.

Lorca…

L’appuntamento mancato – uff! – è la casa-museo di Federico Garcia Lorca.
A un minuto dall’appartamento in cui alloggiavo …. ho sbagliato orario!

Granada è la città di Lorca. A pochi kilometri da lì è nato e soprattutto lì ci è morto, ucciso dai fascisti.
Mi sento come se non fossi riuscita a salutare un amico.

 

Comunque in questo viaggio mi hanno accompagnato le sue poesie e tra le vie di Granada vieja è a lui che ho pensato e che ho immaginato passeggiare tra quelle stesse strade dove quasi un secolo fa parlava la lingua degli uomini universali:

“Sono pienamente spagnolo e sarebbe impossibile per me vivere al di fuori dei miei limiti geografici; ma odio chi è spagnolo per essere spagnolo, nient’altro, io sono il fratello di tutti “.

¡Andalucia adelante! – Cordoba

2 – Cordoba.

Quaranta gradi, vento caldo a tratti irrespirabile.

Cordoba è bella ma impegnativa. Ti mostra il cuore solo se resisti alla sua accoglienza, ruvida e impettita, come a ricordare che l’Andalusia non è solo la dolce ed elegante Siviglia.

Nervosa come una ballerina di flamenco, sa che ci vuole tempo per entrare in sincronia, per svelare un’anima fatta di equilibrio tra la luce accecante degli spazi esterni e l’ombra rinfrescante degli interni.

A parte un piccolo quartiere turistico spuntato velocemente, il resto della vecchia Cordoba è Andalusia profonda, asciutta, orgogliosa.

A Cordoba ti perdi piacevolmente in un dedalo di vie strette e avvolgenti. Cerchi riparo all’arsura e lo trovi nelle chiese semplici e nei cortili rigogliosi, ventri silenziosi e riposanti, veri e propri trattati di pace tra l’uomo e la torrida natura che attende fuori. E senti di poterla lasciar attendere, comodamente sdraiata su una poltrona andalusa, durante una siesta in uno dei tanti giardini interni, inaspettati, con al centro sempre una fontana che zampilla quieta e indispensabile, a ricordare ciò che serve al corpo come allo spirito, a ricordare la semplicità dell’essenziale.

Questo accade prima che l’ombra si trasformi nel buio della sera. Se ci si limitasse a visitarla di giorno, di Cordoba rimarrebbe il ricordo di una città misteriosamente bella, raccolta tra le sue pietre e i suoi aranci, e se ne perderebbe la metamorfosi notturna.

La notte, il centro storico si anima in modo sorprendente. Spuntano taverne ovunque (ma di giorno dove le nascondono?), strade e piazzette vengono occupate da tavolini (sempre troppo piccoli) e i tavolini occupati da gruppi di giovani e meno giovani assiepati nel poco spazio disponibile, allegri, rumorosi, festanti. Qualcuno ha portato la chitarra e la suona seduto tra gli amici.

Si è talmente in tanti in poco spazio, che pensi che per te non ci sia posto. Invece qualcuno servirà anche te, e ti porterà di tutto, che ancora non riesco a spiegarmi come da questi piccoli locali possa uscire tanta abbondanza di cibo e bebidas.

Il silenzio è per il giorno. La notte a Cordoba è movida sorridente. Il vento caldo però soffia ancora…

“Siviglia per ferire.
Cordoba per morire.”
– F. Garcia Lorca –

¡Andalucia adelante!- Siviglia

1- Siviglia

 

La regina dell’Andalusia. Bella da togliere il fiato.

Ogni angolo ha un suo modo di incantare. Ogni via, ogni quartiere, ogni pietra che calpesti trasuda fascino autentico, forte di una bellezza che sembra sgorgare da una fonte segreta preservata dallo scorrere del tempo e degli uomini.

Ogni azulejo che rapisce lo sguardo svela l’anima di questa città che ama essere bella anche nel dettaglio più piccolo.

Il passato è la ricchezza di questo posto; la sua gente ne va fiera e te lo offre con una nobile semplicità che fa pensare a chi abbia ricevuto un compito importante e ne senta tutta la responsabilità.

Ti chiedi se chi ci vive si sia abituato, ti chiedi come chi ci vive possa andarsene in giro senza fermarsi ad ammirarne ogni scorcio.

Turistica senza cadere mai nel cattivo gusto, Siviglia ti accoglie con l’eleganza di una donna andalusa, fiera, sicura di sé e sorridente alla vita.

Amore e Psiche, di Apuleio

AMORE E PSICHE

Amore e Psiche è un’opera definita sia favola che mito e proprio per questo incontra i miei gusti ben due volte.

Le favole mi riportano all’infanzia, ai giochi ma anche alle prime esplorazioni mentali: scuola serale di immaginazione (e adesso posso pensare di “iniziazioni”) con storie di bambini minuscoli, foreste incantate, briciole di pane e fagioli magici, principesse abbandonate nei boschi e nani brontoloni, lupi intelligenti e cacciatori provvidenziali, e il bacio di un principe o il ritrovamento di una pentola di monete d’oro a chiudere bene ogni avventura prima di addormentarsi.

I miti mi rimandano a un’altra età della vita, alla scoperta di un territorio complesso in cui umano e divino si contaminano e se a volte è amore, altre è lotta, tra desiderio e destino, trasgressione e punizione, guerrieri valorosi e dei mai soddisfatti, morte e rinascita (sotto altra forma), in uno scenario dove l’unica certezza è l’eterna tensione  tra la dimensione terrena e quella più grande dello spirito, dell’astratto che ci abita. Sono immagini e concetti provenienti dalla profondità dei tempi che riaffiorano ancora oggi con grande freschezza e possono calmare la sete di analisi interiore, ma che non prevedono un principe azzurro all’orizzonte per tranquillizzare i cuori turbati. Continua a leggere

Le notti bianche, di Fedor Dostoevskij

LE NOTTI BIANCHE

Un romanzo breve ma intenso, una lettura che mi ha tolto il fiato per restituirmelo alla fine, assalita dalla voglia di gridare contro l’ennesima sconfitta di un sognatore.

E’ la storia di un appuntamento con il destino che, come un lampo, attraversa un’anima romantica scuotendola profondamente e, con la stessa rapidità, la abbandona, lasciandola sola a ricucire gli strappi, mentre il mondo va avanti. Nello scontro tra sogno e realtà, la vita sembra proseguire per la sua strada lasciando indietro i sognatori, ma può veramente fare a meno di loro?

Un sognatore eccezionale e una ragazza che ha bisogno di imparare a sognare si incontrano casualmente e trascorrono insieme quattro notti che cambieranno la loro vita.

Il protagonista, un uomo dotato di un’immaginazione sconfinata e di una timidezza altrettanto grande, fa la conoscenza di una giovane donna che, nonostante stia vivendo un momento difficile, da lui si sente subito attratta e incuriosita. Ne nasce un’immediata amicizia che diventa, per il sognatore, un amore intenso, assoluto e fortemente idealizzato. Continua a leggere

L’USIGNOLO, di Kristin Hannah

L’USIGNOLO

L’usignolo, di Kristin Hannah, racconta quello che fu per i civili l’occupazione nazista della Francia durante la seconda guerra mondiale e lo fa attraverso la storia di due sorelle, Isabelle e Vianne, e del loro confrontarsi con l’esperienza della guerra.

Personalità, scelte di vita e sogni differenti costituiscono la distanza che, sin dall’inizio del romanzo, separa le due sorelle. La paura e la precarietà di una quotidianità sconvolta dall’occupazione tedesca alimentano le incomprensioni in un rapporto già scostante. Infine, punti di vista inconciliabili sulla presenza del nemico in casa e sul modo di affrontarlo le separeranno del tutto. Nonostante ciò, saranno sempre legate da un destino comune: “resistere”, ciascuna a proprio modo, alla guerra e ai suoi mostri, all’imbarbarimento, alla miseria fisica e spirituale. Solo alla fine si ritroveranno e si riconosceranno finalmente sorelle in quello in cui la guerra le avrà trasformate: donne capaci di incassare l’orrore e trasformarlo in amore incondizionato per la vita, per un bene collettivo superiore alla propria salvezza. Continua a leggere